L’anno che verrà
Conosco Ferdinando da sempre. Conosco i suoi pensieri, i suoi sogni, come se fossimo la stessa persona. So quando ha attraversato quel confine magico, invisibile, che rende diversi. Dopo, hai smesso di essere incosciente. Un anno fa, all’inizio di luglio, Ferdinando ha capito per la prima volta l’importanza della vita. Era spensierato, aveva dato gli esami, aveva finito il primo anno di Università. Non aveva mai pensato alla morte. Invece, pensava spesso alla felicità, a come rendere indimenticabile ogni giorno dell’estate appena conquistata.
Aveva vent’anni ed era in vacanza: pantaloncini corti, una camicia piena di fiori, non era una persona, era un sorriso. Ma la vita è una medaglia a due facce, da una parte allegra, dall’altra triste. A lui, quella volta, toccava la parte triste.
Tornava a Reggio Calabria, quando gli si è annebbiata la vista. Ruggero, l’amico che era con lui, lo guardava impallidire. Preso dal panico, Paralizzato.
Ferdinando si lamentava. Dolori al cuore. Dolori alla testa. Qui comincia la storia, e soltanto io posso raccontarla, una piccola storia dove ci sono la vita e la morte, e alla fine, anche una sirena.
In ospedale lo soccorrono.
Si riprende.
La diagnosi: calo di zuccheri.
Lo dimettono.
Ma non è un falso allarme.
E’ una cosa seria.
Cominciano le visite, le radiografie, i pro e i contro, i sì e i no. Ricordo il risultato della prima Tac. Solo tre parole: “cisti aracnoidea frontale”. Niente di buono.
Ferdinando fa quello che farebbe chiunque. Si chiede: perché io? È difficile accettare la malattia. Difficile affrontare la morte. Lui non è pronto. Vuole vivere.
Cominciano i viaggi alla ricerca di un neurochirurgo in grado di operarlo. Lo trovano.
Ferdinando scopre la speranza, fiorita nel deserto delle sue paure come una pianta di ginestra tenace. Scopre l’amaro della disillusione. Può farcela, ma non è detto.
A un certo punto, in una notte molto infelice, scrive sul diario: “Sono chiuso in una caverna, al buio piango l’eterno riposo. Le pareti della mia anima si colorano di nero, preferisco morire da solo, tanto, poveretto è solo chi muore, i parenti e gli amici tengono tre giorni di lutto. Sono al capolinea. Ho deciso di andarmene, non aspetterò che un chirurgo mi faccia morire in una sala operatoria. Domani all’alba la mia vita sarà un dettaglio. Mia madre a lutto, dopo un mese farà un dolce al giorno per ricordare il figlio morto, il meno voluto. Il figlio di un errore. Mio padre aprirà il negozio regolarmente il martedì. Del bambino cresciuto tra un rasoio da barba e un taglio di capelli non rimarrà niente, solo un ricordo una volta l’anno, nel giorno dei morti”.
Parole di uno che gira sulla giostra. Che forse vuole morire, ma forse si compiange soltanto. Mentre scriveva, pensava sul serio di farla finita. Per fortuna erano parole, soltanto parole.
Ferdinando non si uccide. Parte per Roma, invece, con tutta la famiglia. Arriva all’accettazione dell’ospedale, una stanzetta piccola e buia. “Posto numero dodici”, gli ripete l’’infermiere. Il padre, la madre, i fratelli, escono. In quella stanza, posto numero dodici, Ferdinando comprende quanto sia importante la famiglia, ora che è solo, e si prepara per l’operazione.
E’ orgoglioso.
Finge di non aver paura.
Aspetta la notte per piangere, pensa alla vita, si accorge che è vicinissimo a perderla.
Gli mettono davanti un foglio, il consenso informato, che spiega i rischi dell’operazione.
Il terzo punto dice: ”Il paziente ha il cinquantatrè per cento di possibilità di morire”.
La mano gli trema.
Firma.
È l’ultimo giorno, prima del momento definitivo, la notte più lunga della sua vita. Guarda fisso la tapparella, spera che il sole non sorga.
All’improvviso è già mattina, e un’infermiera viene a tagliargli i capelli. Lo veste di verde, lo porta verso la sala operatoria. Fuori dalla stanza, trova la famiglia che, riunita in cerchio, lo guarda passare: “Un saluto!” grida la madre,” fatemelo salutare per l’ultima volta!” Ferdinando non riesce a trattenere le lacrime. Al pensiero di non rivederli, gli si blocca il respiro. Troppo tardi per parlare, troppo tardi per tutto.
La sala operatoria è fredda. Con gli occhi lacrimanti, fissa ogni particolare, il luccichio degli strumenti, un’ombra nell’angolo. Prima addormentarsi, guarda il neurochirurgo e gli dice: “Professore, me la fa una promessa? Se devo rimanere handicappato mi uccida, non abbia pietà.”
L’ultima frase, prima di sentire quell’odore di frutta che sale dalla maschera dell’ ossigeno. Un’anestesia profumata, pensa Ferdinando, ma non riesce a riconoscere la fragranza prima di precipitare nel buio. Mentre il chirurgo gli apre la testa in cerca della cisti aracnoidea frontale, il nemico che gli è cresciuto dentro, sogna la sua vita, o forse immagina soltanto di sognarla.
Ricorda un giorno di primavera, i fiori sbocciati nella campagne di Bovalino, il suo paese, uno di quei sabati con il mercato, le bancarelle e i bambini selvaggi che fanno scorribande su per i sentieri impaurendo le lucertole pigre, e corrono fino al Grande Ulivo, in cima alla collina. Uno di quei giorni in cui si trova il morto. Era soltanto uno zingaro slavo, dice qualcuno, qualcosa deve aver combinato dice un altro. Ricorda di essere fuggito, non ha lo stomaco per certe cose .
Ricorda il caldo, l’attesa impaziente della sera, i milioni di stelle accese sul cielo della Calabria, il mare che scandiva imperterrito, il ritmo di un tempo sconosciuto e infinito, mah…! Ricorda la rabbia per un mondo dove esistono regole antiche, dove non si può pensare, dove non si può sognare, perché gli ideali non contano, contano soltanto i soldi. Pensa alle giraffe, che avevano il collo corto e guarda un po’ come sono cambiate. Pensa che ci vorrebbe una mutazione genetica anche per gli uomini, in Calabria. Pensa, nel sogno dell’anestesia, che, se avrà un domani, non farà grandi cose come guidare una rivoluzione (e ne occorrerebbe una…) o conquistare il mondo, ma vivrà normalmente, di piccoli gesti. Di cose che abbiano un significato.
Ferdinando si sveglia: l’operazione è andata bene. Gli resta in mente l’immagine di una sirena che non smette di fissarlo, avvolta da una luce irreale. La sirena gli dice: “Ferdinando, hai vinto”. Forse ha vinto la vita, chissà. Apre gli occhi e vede la madre con un rosario in mano. Prega. E’ il primo di ottobre, e a Benestare, il paese dei nonni, si festeggia la Madonna del Rosario. La Madonna ha il volto della sirena, ha il volto di sua madre con il rosario sul cuore.
È passato quasi un anno dall’operazione. Ferdinando ripensa continuamente al giorno in cui voleva uccidersi. Sbagliava. Ora lo sa. Perciò si è messo a scrivere e vi ha raccontato la sua storia. Ha deciso che la sua nuova vita comincia adesso, con queste righe incerte, con le parole che diventano segni, che partono dal cuore, ma faticano a trovare la strada giusta, in uno stage per aspiranti scrittori.
Ferdinando Piccolo
3497901757